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Chi sono

Ricercatrice fallita

“Il mio amico Almicar Herrera sogna un giorno di svegliarsi,e scordarsi del proprio nome. Per cosa? Per poter essere ciò che era. Perché quello che era stava ingabbiato dal suo nome, nome che tutti pronunziavano. Quando il suo nome era pronunziato cadeva nella trappola dei desideri altrui, di quello che gli altri si aspettavano da lui. Infatti, dire un nome è dire quel che ci aspettiamo da qualcuno. Un nome è un destino” [1](Rubem Alves)

“Dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, questa cosa è ciò che siamo”[2]( José Saramago).

 

  1. Voltando gli ¨occhi all’indentro ¨

 

Questo testo svolge il compito di fare qualche luce su  il mio funzionamento emozionale, psichico e mentale.

Grande parte della mia vita  ¨ho voltato i miei occhi all’indentro¨ per la mia propria soggettività che non pochi chiamano anima, volendo sapere chi sono[3]. Sono state decade di ricerche studiando C. G. Jung, i romantici e mai abbandonando la domanda. Jung è stato il mio anfitrione   e mi ha condotto molto bene permetendomi di fare una etnografia dell’anima. È anche stato importante poiché tramite lui, la sua esperienza come psicanalista e la sua teoria,  ho capito che era possibile “guarire”  dalla psicosi senza passare da Edipo. Ho una grande passione per le scienze sociali e, in particolare, per l’antropologia e  con essa ho imparato a diffidarmi degli universali, principalmente di una specie di fine universale chiamata Edipo.

Jung mi ha anche offerto una comprensione della psicosi e della schizofrenia, per questo non si può rimanere nell’idea di un inconscio represso individuale. Questo era impossibile se e quando la figura di base è la psicosi. Era obligatorio, poichè, l’idea di inconscio collettivo. Mi è piaciuta l’ idea. Mi piacque ancora di più quando Jung, qua e là,  cercava di capire ciò che lui chiamò inconscio collettivo   negli animali, nelle piante, nei gruppi, nel cosmo. È proprio questo pensava, un incoscio collettivo  in tutti i regni – chiaramente con questo inconscio collettivo   non esistono più regni! – e tutto ciò stà subendo ¨individuazione¨: germogliando a partire di se stessi nuove possibilità di esssere! Eraclito ritrovato pensava. Fù così che ho letto Jung.

Come si sa Jung metteva un accento abbastanza critico sulla civiltà ocidentale razionalista e estroversa – nei suoi concetti – che facevano degli uomini un “frammento di loro stessi” e quindi vulnerabili all´ inconscio collettivo   e alla malattia mentale. Anche questa  idea mi è piaciuta:  la civilizzazione ocidentale era una via possibile ma non l’unica figura civilizzante.  Altro concetto importante fù  il prospettivismo che lo psicologo svizzero ha trovato in W. James e in F. Nietzsche. Ho provato sollievo con il prospettivismo che si trova in uno degli articoli più incitanti di Jung “La divergenza tra Freud e Jung”[4] – articolo tardo della fine della decada degli anni 20. In questo, Jung difende Freud e Adler perché entrambi avrebbero montado le loro rispettive scuole di pensiero a partire dall’istinto sessuale e dell’istinto di potere rispettivamente. Lui, Jung, montò la sua scuola di psicologia a partire di una molteplicità di istinti e sperava che altri grandi analisti, a partire di altri istinti, configurassero altre teorie psicologiche. Sembrava che avesse trovato una epistemologia democratica ove ci sarebbero posti legittimi per tutti, senza guerra tra le scuole di psicanalisi.  Si apriva con questo un cammino per pensare sulla differenza iscritta nell’umano. Che gran salute!

Furono queste quattro  idee – psicosi, inconscio collettivo, prospettivismo e ciítica della civilizzazione –  che  mi hanno conquistato e per questo ho  studiato Jung   per molti annni.

Non sono stati in pochi a chiedermi mentre mi dedicavo con spaventoso accanimento al psicologo svizzero:  perchè Jung? Ci sono autori e scuole che pensano queste questioni che ti interessano in modo infinitamente più sofisticato. Perché Jung? Sapevo che loro avevano ragione, però non mi disponevo ad ascoltargli e oggi lo so il perché. Ho fatto con Jung e poi con la psicanalisi e prima con K. Marx esperienze. Non leggo un libro e mi rendo conto di un modello cognitivo, teorico. Non agisco così! Faccio esperienze  con un libro, con una scuola di pensiero e queste esperienze sono  così profonde, così viscerali, che non mi sposto un millimetro da ciò che sto vivendo e questo perché, quando stiamo facendo una esperienza – l´ho imparato faticosamente – essa cessa di appartenerci:  la vera esperienza, ci fa qualcosa e appartiene al tempo – non ad un tempo cronologico, ma ad un tempo eoneco[5]. Essa, la esperienza, finisce soltanto quando il tempo a cui appartiene finisce – e questo, insisto, non ha niente a che fare con il tempo cronologico, un tempo egoico. Ho vissuto con Jung un’esperienza   e l’ho finalizzata, con profonda gratitudine, quando il tempo eoneco mi ha permesso di farlo. Ho sempre vissuto così le teorie: come esperienze eoniche viscerali e credo che è esattamente per questo che esse un giorno finiscono e un nuovo tempo eoneco si apre e una nuova avventura si pone.

Nel “voltare i miei occhi all’indentro” non ho trovato però quel che cercavo:la risposta alla domanda chi sono io. Dopo molto lavoro psichico posso dire che mi sono imbattuta nella mia propria ignoranza – malgrado sappia oggi molto di più come funziono. Paradossalmente quanto più mi sono conosciuta più mi sono sconosciuta! Più misteriosa diventai per me stessa. Sentì   qualcosa  che non si lascia decifrare:  Jung chiamò questo punto   Self – nonostante lo abbia nominato non sa neanche lui di che cosa si tratta. L’unico contatto che oggi ho con questa ricerca sono i miei sogni che, a lungo di questa esperienza si trasformarono e, oggi, mi pare “siano messi in scena” dal punto indecifrabile e, in fatti, innominabile come cosi bene ha descritto José Saramago.

Nel “voltare i miei occhi all’indentro” e li rimanerci per molto tempo  ho fallito, nonostante la traietoria sia stata ricca, perché, come ho detto,  non ho trovato quel che cercavo e esattamente questo mi ha lanciata ad un nuova esperienza.

 

2.Voltando gli“occhi verso fuori”

Con la psicanalisi  “voltai i miei occhi verso fuori”, particolarmente  verso i vincoli  che ho da sempre stabilito. La personalità è un mucchio di vincoli: ho imparato con W. R. Bion. Lui mi ha anche insegnato che il bebé soltanto si tornerà un pensatore, se la madre gli fornisce revêrie – prestandogli il suo aparato mentale per togliere il bebé dal terrore senza nome , nominandolo. L’ ambiente e l’importanza della figura materna nella costituizione della psiche e della criatività sono diventati decisivi quando ho iniziato a studiare Donald W. Winnicott e con lui,  definitivamente i miei occhi “si sono voltati verso fuori”. Tutta questa comprensione nuova che ho acquisito con la nuova psicanalisi ha trasformato molto la mia comprensione sulla clinica psicoterapeutica. Ho anche avuto un felice incontro con Christopher Bollas, discepolo confesso di D. Winnicott e W. R. Bion, e, con lui, ha fatto senso una antropologia della persona nella psicanalisi:  il vero self, il vero idioma personale letto e compreso a partire dalla scelta degli oggetti ( libri, film, mostre)  da vicende di eventi, idee, esperienze. “Cos’è questa cosa chiamata Self?” – così si intitola un capitolo del libro Cracking –up  – de C. Bollas, ancora senza traduzione per il portoghese[6]. Allora Bollas afferma che non possiamo descrivere il nostro Self, ma possiamo sentire e avere qualche nozione di che siamo peculiari, guidati da un’ intelligenza che, nel livello dell inconsciente, ci arrende. È quindi particolare dell’ uomo avere, un senso dello Self. Ecco che il senso cerca di nominare qualcosa che è innominabile. .

È stato arricchente  per me, e credo per tutti quelli intorno a me, pensare alla psicanalisi e portando a galla questa antropologia della persona e con essa: una specie di Self estrovertido.   Secondo Bollas,  “ogni paziente è un linguaggio e questo linguaggio crea di fatto, i suoi oggetti e selleziona i suoi oggetti particolari – mentali, umani, inanimati. Questa è l’intelligenza delle scelte e è anche una cultura peculiare – derivata a partire delle scelte – e che dev’essere studiata. In questo senso, la psicanalisi è un tipo di lavoro antropologico”. Lo Self si esprime e si rivela per Bollas, ad ogni momento, attraverso ogni situazione e oggetti concreti della nostra vita di ogni giorno. Inoltre l’analista è usato dal paziente come un oggetto. È riferendosi a questa creazione di oggetti e all’ uso dell’ analista dal paziente come oggetto che Bollas dice esistere una “antropologia invisibile, che non è mai stata vista, mai descritta, mai trovata ma intanto tale antropologia esiste”. Per Bollas, il bambino, il bebé e specialmente l’adulto usano tutti gli oggetti del mondo come un tipo di lessico per la liberazione dello self;  si tratta quindi di un modo di usare gli oggetti che possa liberare il linguaggio singulare di ogni persona – possa liberare lo Self.

Ogni emozione nascente – che emerge dal corpo, dello Self, dell’ Ó – cerca oggetti, persone, esperienze da dire. Sono stata per molto tempo dietro il sorgere di queste  emozioni nascenti, il legame tra esse e gli oggetti,  con l’altro e con il mondo e così farsi  espressione. Molti articoli di questo blog, se non la maggior parte, sono stati così concepiti: scritti-esperiennze-dello-self. Per Bollas, il vero Self é quello che lui chiama – e molto mi conviene – linguaggio pessoal. Questo blog allora è idiomatico.

Nel “voltare i miei occhi verso fuori” di nuovo, mi sono trovata nei guai perché più mi conosco in questa modo, più mi sconosco, più misteriosa divento a me stessa. Nuovamente dopo molti e molti anni di esperienze, fui costretta a riconoscere il mio fallimento. Mi è rimasto di nuovo il germogliare di questo punto misterioso e di fatto innominabile anche se lo chiamiamo il vero Self – perché sembra che sia da lui che nascono le emozioni nascenti.

 

  1. 3. Sospetto e l’amore per i testimoni

Il sospetto  ha sempre attraversato la mia vita pesante, prendendo diversi cammini e  pretendendo essere espressa con le mie proprie risorse perché non potrei, funzionando come funziono,  seguire un cammino pronto che mi fosse offerto. Il fatto è che ho sempre sospettato degli universali e assieme a loro della primazia del soggetto sull’oggetto: la ragione legislativa e il silenzio dei testimoni.

La ragione legislativa e il io legislatore moderno silenziarono gli  oggetti di indagine sia la natura, la società, l’uomo, il corpo e l’anina.  .

Prendo ora una metafora che ci racconta a riguardo del silenzio dell’oggetto e del chiacchierio del soggetto della conoscenza. Nella modernità, la ragione è`andata al tribunale: il tribunale della ragioneQuesto tribunale ha creato una metafora che esprime lo spirito moderno — mi riferisco al giudice e ai testimoni[8] Il giudice (il soggetto della conoscenza) indaga i testimoni (oggetti della conoscenza). Come in un tribunale, i testimoni possono solo rispondere a ciò che il giudice gli domanda. Allora riteniamo, che il soggetto della conoscenza è il giudice che formula questioni assolutamente rispondibili, e che i testimoni (gli oggetti della coscenza) debbano attenersi ad esse e soltanto ad esse!

Assieme al soggetto-giudice e con i tetimoni silenziati assistiamo anche un infinito disprezzo per la scienza moderna per il mondo della vita: il senso comune, il mondo quotidiano. La scienza è diventata imperiale. Il mondo della vita , contrapposto al mondo scietifico, è stato, sin da allora, considerato il terreno fertile dell’ ideologia, della falsa-conscienza. Era esattamente li, nel mondo della vita, che il progetto scientífico dovrebbe incidere, trasformandolo: al posto della falsa coscienza dovrebbe emergere la vera coscienza, voglio dire, scientifica. In altre parole, la realtà dovrebbe essere fabbricata, modellata, prodotta, dando posto ad un altro ordine,pianificato e trasparente.

Proprio quando al master ho iniziato la mia ricerca con gli operai  dell ABC non sapevo niente di ciò che ho appena esposto. Le scienze sociali non enfatizzano la domanda “come conoscere” e quali le basi di questo conoscere. Siamo partiti per la ricerca empirica dopo  un corso generale – ci sono sempre onorevoli eccessioni –  ben poco delucidativo chiamato Metodologia. Eccomi là, fine degli anni 70, in una borgata di operai in piena dittatura, e, tuttavia, più che le questioni proposte dal corso do metodologia, ho portato come voce principale del mio metodo il sospetto. Ho parlato con centinaie di operai, senza copione, senza domande senza teoria. Credo essere stata, in questa ricerca,  un

“io anti-legislatore” per eccellenza perché mi piace più ascoltare che interpretare quel che gli operai dicevano, parlavano e avevano anche loro, non di rado,  teorie pronte sul loro fare, quindi non mancavao operai militanti con cui parlare. Io ascoltavo ,ascoltavo ,ascoltavo e mi stavo rendendo conto di stare  invertendo completamente le proposizioni metodologiche, anche se grezze, da imparare. Ho dato voce ai testimoni! Non ho mai smesso. Mi sono schierata ai testimoni e non al giudice: che meraviglia è stata! D’ora in poi avevo una nuova proposizione: i testimoni si trasformarono in domande e sono stati invitti a parlare, a parlare molto… senza copione. Quando questo succede il giudice, il soggetto della conoscenza, ascolta, si meraviglia, si perde e… fallisce nella sua funzione legislativa.

 

Ora, ecco un modo come non funzionare una grande Università come l’ UNICAMP, perchè tanto l’ Università quanto gli Istitutti di Finanziamento (FAPESP/CNPQ/CAPES) non hanno nessun interesse nelle ricerche di cui il soggetto della conoscenza si meraviglia e con gli oggeti della conoscenza sono assurdamente chiacceroni. Queste Istittuzioni neanche apprezzano le ricerche che iniziano con una emozione nascente, con pensieri non pensati che emergono dal corpo, dai sogni e che soltanto stabilisce vincoli con il tempo eoneco! Ricerco così e ho insegnato ai miei alunni a ricercare  così: produco soltanto un articolo attraverso un’emozione nascente – da un sogno – che cerca oggetti, idee, teorie per esprimersi. Emozioni nascenti che moltiplicano le relazioni, cercano libri, altre scritture, ogni tipo di incontri per raccontarsi attraverso la scrittura. Dopo quando  vado a scrivere l’articolo, é già magicamente pronto e, se sbaglio in relazione a questo script invisibile che mi stà guidando, mi fermo per qualche giorno e mi certifico con una specie di daemon interno che, come il Socratico, soltanto sa dire di non, con una gran forza!

 

E se non dovesse bastare ciò che è stato detto, questo modo di ricercare coinvolge molte teorire per raccontarsi attraverso la scrittura. O sia, ho avuto molte difficoltà in costruire nell’Università una Linea di Ricera e solamente negli ultimi anni questo si è reso possibile, invitata da una professoressa del mio Dipartimento a cui, approfitto l’opportunità per ringraziare. Sono rimasta all’Università interloquendo con gli alunni, dando le direttive a quelli che riempivano la mia aula di speranza e di allegria perchè con me, loro sapevano, nessuna domanda trovava opposizione e potevamo pensare tutto di nuovo.  Assieme a questa maniera assolutamente non razionale di ricercare– almeno da dove parte non è razionale– ho trovato qualcosa di prezioso: linguaggi personali, voglio dire, la differenza tra le persone – e con questo cercavo di uscirmene dalla reclusione dell’universale uomo.

 

  1. Fallimenti e una nuova avventura

 

Ho fatto questa gita per raccontare come ho abbandonato la domanda, Chi sono, finalmente me ne sono liberata! E ho solo potuto farlo con fermezza perché ho fallito diverse volte. Non capisco bene perché le persone resistono al fallimento: fallire e desistere sono spinte  della transformazione emozionale, perché aprono spazi in questi spazi aperti e vuoti è possibile ricreare il mondo. È chiaro non mi riferisco  ad un fallimento comune: scalare una cima impossibile perché non si ha la dimensione della realtà e cadere clamorosamente. Non, io non fallisco così!  Io fallisco in un modo Junghiano. In Il segreto del fiore d’oro[9] Jung svilupa un proposito che da sempre ha guiadato i miei passi: dice lui, è molto importante avere dei problemi –  e anche, io direi, avere delle domande –  e non perché un giorno riusciremo a risolvergli; i problemi sono importanti perché da avercene che fare duranti molti anni arriviamo alla conclusione che quelli che ci toglievano il sonno non hanno più importanza una volta che abbiamo già allargata la mente, la nostra coscienza nel percorso in cerca delle soluzioni, che i problemi oramai non ci affligono più preché sono diventati piccoli. Io fallisco in queto senso: la domanda che per decade mi ha attormentata e per la quale ho cercato molteplici soluzioni, con il tempo, con le ricerche, con le risposte parziali che trovavo,la domanda non era piú interessante,direi meschina . Chi sono ormai semplicemente non mi interessa.

Ho lasciato questa domanda perché i ripetuti fallimenti mi hanno insegnato che non aveva senso: non esiste un chi nel sono! Sono è già più che buono! Meglio ancora sono essendoEssendo. E ora non guardo più “verso dentro”, “verso fuori”. La distinzione, prima così clamorosa, tra l’interno e l’esterno, ha anche perso il senso.Esauriti i cammini percorsi durante decade e mi ritrovo senza cammini.. Fu allora che una nuova emozione nascente mi si presentò. Ero felice perché generosamente la vita ancora una volta mi invitava ad un “nuovo inizio” che non più si regola con le domande che hanno forgiato tutta una proposta di mondo: il dentro, , il fuori, l’interno e l’esterno – che, per me, come avete visto era realtà, non piú si regola dall’idea del soggetto, dall’identità; già non più si regola  dall’antropocentrismo . Come a Eduardo Viveiros de Castro piace dire, non so se è proprio questo ma il senso è questo si, bisogna aprire spazio per un altro. Bisogna che l’ Uomo, vecchio, sofferto e sovraccaricato dalle sue pretese travolgenti di essere il centro del mondo, facendo il mondo girare in torno a se, si riposi dalle sue attribuzioni e assilamenti e apra spazio per tutti gli altri esseri. Le pubblicazioni d’ora in avanti, tratteranno altri temi.

 

 

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[1] A Casa de Rubem Alves/Quarto de Badulaques XLII. www.rubemalves.com.br

[2]  SARAMAGO. José. Todos os Nomes. S.P. Planeta De Agostini, 2003.

[3] Userò il verbo nel presente per tutta la pubblicazione..

[4] JUNG. C. G. Freud e a Psicanálise. Petrópolis. Vozes, 1989.

[5] Khronos e Aion sono due parole che il pensiero greco ha per designare il tempo. Khronos è il tempo lineare del nostro quotidiano; Aion è il tempo originale che da al propio Khronos. Eraclito riconosce in Aion una dimensione di gratitudine che segna come Aion stabilisce e crea il tempo: “aion è un bambino, creando (si facendo da bambino),giocando: regno del bambino” (Fragmento 52). Cf.: BEUQUE. Guy Van. Esperienza del niente come Principio del Mondo. Rio de Janeiro: Mauad, 2004, p. 101, nota IX. Aion, tempo della creazione, e, come tale, dell’apparizione innaspettata, dell’ imprevisibilità. Cito van de Beuque: “Dei dei greci piutosto che dell’eternità, Aion ha in comune il modo come ‘giocano con il mondo’, imponendo la sua volontà alla volontá degli uomini di controllare i suoi destini. Aion è il tempo del destino, del destino che regge il regnare dei mortali, stabilendo il turno di ogni cosa. Destino, fortuna, caso ? imprevisto che, indeterminado, determina il corso del vivere” BEUQUE. Guy. Esperienza del niente come Principio del Mondo. op. cit. p. 180.

[6] BOLLAS. Christopher. Cracking up – The work of unconscious experience. London. Routledge, 1995. Altri libri di Bollas: L’ombra dell’ ( Imago, 1987) , A força do destino ( Imago, 1992), A questão infinita ( Artmed, 2012), Il momento freudiano ( Roca, 2013), ecc.

[7] DESCARTES, René (1983). “Meditazioni” (Tre Prime Meditazioni). In: I Pensatori. São Paulo. Abril Cultural. Per Descartes, ragione e pensiero sono sinonimi.

[8]  KANT, Emanuel (1997). “Prefazione della prima edizione” (1781); “Prefazione della seconda edizione” (1787). In Emanuel Kant, La Critica della Ragione Pura. (4ª ed.). Lisbona: Fondazione Calouste Gulbenkian. La metafora del giudice e dei testimoni stà nella prefazione del 1787.

[9] JUNG. C.G. WILHEIM. R. Il Segreto del Fiore d’Oro – Libro della Vita Cinese.Petrópolis.  Ed. Vozes, 1984.

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